Bloccato un camion di pillole di pazienza perchè perdeva percolato

Abbiate pazzienza con due zeta, ovvero la pazzia della pazienza

venerdì 25 settembre 2009

Comitato della Libertà per il Premio Nobel per la Pace a Silvio Berlusconi


STATUTO
Articolo 1
E' costituito il Comitato della Libertà per il Premio Nobel per la Pace a
Silvio Berlusconi, per brevità detto Comitato della Libertà, con lo scopo di
predisporre tutto qello che è necessario per inviare, entro il 1 febbraio 2010,
all’Istituto Nobel Norvegese, la candidatura di Silvio Berlusconi al Premio
Nobel per la Pace, con la seguente motivazione:

<< Silvio Berlusconi merita il Premio Nobel per la Pace perchè ha
contribuito in maniera determinante:
1) alla risoluzione del conflitto Russia-Georgia;
2) alla ripresa dei rapporti diplomatici tra la Libia e gli USA;
3) alla firma dello storico trattato di pace tra la Libia e l´Italia;
4) a riportare la Campania al suo antico splendore, dopo il dramma dei
rifiuti;
5) a riparare al disastro umanitario causato dal terremoto in Abruzzo>>.

mercoledì 13 maggio 2009

Genio Pontieri


Il ponte sul Po era a rischio da anni Inascoltati 18 allarmi prima del crollo
Il sindaco di Piacenza: nessuno ha fatto nulla. In una fessura avevano nidificato pure i piccioni
DAL NOSTRO INVIATO PIACENZA — Non una, ma 18 volte. Per 18 volte, tra il 2002 e il 2008, il Co­mune di Piacenza si è rivolto all’Anas se­gnalando che il ponte sul Po era malan­dato. Finché il ponte, a fine aprile, è crol­lato per davvero. E Roberto Reggi, pri­mo cittadino della città emiliana, non sa darsi pace: «Sono cose che succedono nei paesi più derelitti dell’Africa. Qui è capitato a cavallo delle due regioni più ricche e nessuno ha fatto una piega. Pos­sibile che io sia l’unico a indignarsi?». Cartoline dall’Italia: c’è tutto il senso della cosiddetta «questione settentriona­le » in quanto avvenuto tra Emilia Roma­gna e Lombardia. Qualche chilometro più a valle del ponte centenario che ha fatto flop c’è quello nuovissimo sul qua­le sfreccia il treno dell’alta velocità. Mo­dernità e vecchiume, eccellenza e incu­ria vivono praticamente gomito a gomi­to. E anche Piacenza, adesso, teme che avvenga «the Big One», l’evento in gra­do di gettare nel caos tutta la fascia affac­ciata sul fiume.

«Ce ne accorgeremo — dice il sindaco Reggi — al primo inci­dente (e ne capita anche uno al mese) che bloccherà il ponte dell’autostrada, l’unico rimasto in piedi in un raggio di 50 chilometri. Tutto il traffico si riverse­rà sulle strade secondarie e in pratica l’Italia rimarrà tagliata in due. Ditemi: si può vivere così nel 2009?». Si «dovrà» vivere così, anche perché le previsioni più ottimistiche dicono che occorrerà attendere ancora sei mesi almeno prima che il manufatto ora sotto sequestro da parte della magistratura possa essere riaperto (molto parzialmen­te) al traffico. Le prime verifiche hanno intanto spazzato via un’illusione: il disa­stro — come hanno dichiarato anche gli esperti del Magistrato del Po — non è stato causato dalla piena delle ultime set­timane, ma solo dall’incuria. Il ponte aveva resistito a «spallate» ben più vio­lente, ad esempio le alluvioni del ’94 e del 2000; l’arcata venuta giù, inoltre, sca­valca un’area golenale, vale a dire una zona che si allaga solo quando il fiume si ingrossa, non è perciò quella che sop­porta le pressioni più forti. «L’altro gior­no — prosegue Reggi — sono stato sen­tito dai carabinieri sul crollo: ho conse­gnato loro il carteggio con l’Anas da quando sono sindaco. Alla fine abbiamo contato 18 missive che segnalavano peri­coli e chiedevano interventi urgenti. Una di queste mostrava, corredata da fo­to, che un giunto del ponte si era dilata­to a tal punto che una colonia di piccio­ni ci aveva nidificato dentro. Ma il guaio è che molte altre strutture sono nelle medesime condizioni, questo è solo l’emblema dell’Italia che va in pezzi».
Nel 2000 era stato indetta una gara per sistemare l’opera, i lavori partiti nel 2007 non erano ancora terminati. In real­tà servirebbe un ponte nuovo, enti loca­li di Lombardia ed Emilia hanno sotto­scritto un protocollo nel 2003 in cui indi­cavano la soluzione: allargare l’attuale ponte dell’autostrada. Ma la risposta del­l’Anas è stata prevedibile: mancano i sol­di. «Ci hanno proposto — ecco ancora lo sfogo del sindaco piacentino — di re­alizzare l’opera con il cosid­detto project financing. Co­me dire: un nuovo ponte dovrebbe essere pagato im­ponendo un pedaggio a tutti quelli che vi passano sopra, come nel Medioevo. E pensare che con le tasse che versiamo allo Stato qui a Piacenza di ponti potrem­mo costruircene tre». Così l’area più avanzata e più popolata d’Ita­lia resta stritolata tra bisogno di moder­nità e mancanza di quattrini. Male che vada, Piacenza si dovrà arrangiare alle­stendo nel giro di qualche settimana un ponte di barche affittando la struttura a una ditta privata, a 100mila euro al me­se: molto pittoresco, ma totalmente ina­datto a sostenere il traffico di 25mila vei­coli al giorno che servirebbe già oggi. E pensare che in città ha sede il Genio Pon­tieri dell’Esercito, capace di scavalcare i fiumi di mezzo pianeta. Ma in questo ca­so, per legge, non può essere impiegato.

sabato 18 aprile 2009

Ma io per il terremoto non do neanche un euro


Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente? Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate. Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima? Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto. Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico. E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.


Giacomo Di Girolamo

venerdì 10 aprile 2009

Votare per l'Europa. E sentirsi fessi!


Avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti
di BEPPE SEVERGNINI
Forse rassegnato, certo allibito, vagamente nau­seato. Fesso, no. Non voterò alle Europee il 7 giugno. Se le elezioni per il Parlamento nazio­nale sono state un'umiliazione — liste blocca­te, nostro compito era ratificare le nomine dei partiti — quelle per l'Europarlamento s'annunciano co­me una provocazione.
Dico, avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex po­tenti indigenti, funzionari sconosciuti. I ristoranti di Stra­sburgo e Bruxelles li aspettano a braccia aperte: ammesso che ci vadano, una volta eletti. I siti lo scrivono, i giornali lo riportano, le radio ne accennano. Ma davanti ai foto­grammi dall'Abruzzo — diciamolo — chi ha voglia di di­scutere l'opportunità della candidatura Mastella?
Così Clemente sarà nelle liste Pdl, segno e simbolo del nuovo. E chi s'azzarda a dire che hanno voluto saldare il debito per aver silurato Prodi — tuona l'interessato — «è un farabutto!». Il partito, com'è noto, sarà guidato ovun­que da Silvio Berlusconi — sebbene la carica di eurodepu­tato sia incompatibile con l'incarico di governo. Ma se qualcuno avesse il coraggio d'affermare che il partito non guarda avanti, ecco Barbara Matera, 28 anni, scelta perso­nalmente dal leader (curriculum: finalista a Miss Italia, annunciatrice Rai, «letteronza» a Mai dire gol, «lettera­ta » in Chiambretti c'è, inteprete di Carabinieri 7 e «patti­natrice vip» a Notti sul ghiaccio).
A sinistra Dario Franceschini tuona contro le scelte del­la maggioranza e assicura: «Noi manderemo a Strasburgo solo persone autorevoli che ci resteranno per tutto il man­dato! ». Bene: allora non si capisce perché candidano Bas­solino (sicuri sia autorevole?) e Cofferati (non voleva la­sciare la politica per la famiglia?). E gli alleati? Si presenta Di Pietro (la carica di eurodeputato è incompatibile con quella di deputato nazionale) e si presenta Vendola (ma non è il governatore della Puglia?).
Diciamolo: in fondo la scelta di Berlusconi di candidar­si ovunque — pur sapendo che all'Europarlamento non metterà mai piede — è sfacciatamente sincera. Vuol dire: «Queste elezioni non contano un fico secco, sono soltan­to un sondaggio ufficiale dell'elettorato. E poiché ai son­daggi tengo, voglio esserci». L'entusiasmo del 1979 — primo Parlamento europeo a elezione diretta — lascia il posto a questa commedia. Non in tutti i Paesi accade: pensate che qui e là, in campa­gna elettorale, parleranno di Unione Europea e poi elegge­ranno gente che, a Strasburgo e Bruxelles, ci andrà. E noi? Non capisco perché dobbiamo prestarci a questo gioco. Anzi, lo capisco. Siamo la plebe democratica e fanno di noi ciò che vogliono. Vuoi vedere che un po' fessi siamo davvero?

lunedì 30 marzo 2009

Le ruspe nel campetto di Del Piero

I primi calci al pallone, come il primo amore, non si scordano mai. Succede. Succede ad Alex Del Piero, numero 10 della Juventus. E non importa se a trentaquattro anni, la vita, la carriera, i successi lo hanno portato lontano, molto lontano, dal campetto dell'oratorio dove, poco più che bambino, aveva fatto felicemente goal. Ci giocava lui e ci giocava il fratello più grande, Stefano.
Ecco perché oggi risulta insopportabile — più ai tifosi nostalgici che allo stesso campione — l'idea di veder cancellato quel pezzo di terra, simbolicamente importante.
Il fatto è che i piani di lottizzazione, gli edifici, le opere di urbanizzazione e, quindi, le ruspe non perdonano: dunque il campetto parrocchiale di Saccon, frazione di San Vendemiano (Treviso), secondo i progetti in corso dovrebbe diventare un parcheggio per auto, complementare ai condomini che verranno costruiti. Ma i fan di Del Piero non ci stanno. E si ribellano al grido di «non può scomparire», lanciando un appello perché il campo venga salvato. Certo, non possono invocare l'Unesco; tuttavia, vorrebbero che l'area fosse riconosciuta un «patrimonio sportivo» da dichiarare intoccabile. Utopia? L'opera di demolizione è avviata. E si vede. Quella che fu la palestra d'esordio del campione juventino e di suo fratello ora si presenta come un terreno grigio, irregolare, solcato di pozze d'acqua piovana.
A tener viva la memoria restano, però, i cimeli/simbolo di un campo da calcio: le due porte, senza le reti, ormai a pezzi. E dire che Alex aveva voluto farsi fotografare proprio davanti a una di queste porte (quando la rete non era stata ancora distrutta).
By Corriere della Sera